Secrets - a database of hidden settings for Mac OS X
Il vaccino della stupidità di Alessandro Gilioli
L’altro giorno, a Roma, Joi Ito ha cercato di spiegare che la stupidità e il male in Internet sono come un vaccino: per consentire a tutti di crescere robusti in una società digitale aperta.
A me sembra un paragone calzante. E mi chiedo quali spaventosi margini di arbitrarietà si apriranno se e quando si deciderà che si possono oscurare alcuni siti.
Ad esempio, Maroni farebbe chiudere questo grottesco sito omofobo che mi ha segnalato Carolina su Facebook?
Ovviamente io no, per quanto detto poco sopra.
Ma se davvero dovesse passare qualche legge di filtro o censura, avete idea del casino che verrebbe fuori sul perché quel sito passa e quell’altro no? E ne ha idea il buon Maroni?
Scritto sabato, 19 dicembre, 2009 alle 18:46 nella categoria Senza Categoria. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, o fare un trackback dal tuo sito.
Un paragone (male di internet come vaccino) e una posizione (no alle censure, anche se di cose che indignano me) che condivido al 1000 percento. Grazie di aver saputo dire in poche parole ciò che io non riuscivo ad esprimere chiaramente.
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Da Cracked.com:
"Una versione di Madea leggermente più pelosa, ma meno grassa, mentre stira in un appartamento da cartone animato popolato da un singolo scarafaggio. E c'è anche la canzone. (...) questo tizio fa la scelta coraggiosa di pronunciare tutte le sillabe sbagliate e di cantare completamente stonato.
(...) Inoltre, riesce a tirarsi via la parrucca non meno di tre volte in venti secondi, o per cercar di mostrare la coraggiosa e baffuta lotta del suo personaggio contro una qualche forma di cancro, o per far rabbrividire profondamente il pubblico televisivo. Per fortuna, nessuna delle due opzioni ha nulla ha che vedere con la disinfestazione.
Quelli forti abbastanza da arriare alla fine del video, o semplicemente troppo attoniti per fermarlo, scopriranno alla fine che Harris è effettivamente una ditta di disinfestazione di Detroit, come spiegato da Mr. Harris in persona. “E' esatto, spettatori. Dopo aver dato spettacolo come travestito da carnevale, ora vi chiederò di farmi entrare in casa vostra per riempirla di un veleno neurotossico mortale”."
Le leggi per la Rete (di Stefano Rodotà)
Le leggi per la Rete
di STEFANO RODOTÀ
L'ITALIA ha scoperto la Rete. Appena ieri era divenuta evidente per tutti la forza di Internet quando proprio da lì era partita l'iniziativa che era riuscita a portare in piazza un milione di persone per il "No B Day".Si materializzava così una dimensione della democrazia inedita per il nostro paese. Pochi giorni dopo quell'immagine appare rovesciata. Internet diventa il luogo che genera odio, secerne umori perversi. E questa sua nuova interpretazione travolge quella precedente: il "No B Day" è presentato come un momento d'incubazione dei virus che avrebbero reso possibile l'aggressione a Berlusconi, Internet come lo strumento in mano a chi incita alla violenza.
Conclusione: la proposta di un immediato giro di vite per controllare la Rete, secondo un abusato copione che trasforma ogni fatto drammatico non in un imperativo a riflettere più seriamente, ma in un pretesto per ridurre ogni questione politica e sociale a fatto d'ordine pubblico, limitando libertà e diritti.
Per fortuna, all'interno dello stesso mondo politico è stata subito colta la pericolosità di questa impostazione. Intervenendo alla Camera dei deputati, Pier Ferdinando Casini ha detto parole sagge: "Guai a promuovere provvedimenti illiberali. Le leggi già consentono di punire le violazioni. Negli Usa Obama riceve intimidazioni continue su Internet, ma a nessuno viene in mente di censurare la Rete". E la finiana fondazione FareFuturo evoca la "sindrome cinese", la deliberata volontà di impedire che Internet possa rappresentare uno strumento di democrazia. Questi moniti, insieme a molti altri, sembrano aver trovato qualche ascolto, a giudicare almeno dalle dichiarazioni più prudenti del ministro Maroni.
Il tema della violenza è vero, e grave. Ma altrettanto ineludibile è la questione della democrazia. È istruttivo leggere la lista dei paesi che sottopongono a controlli Internet: tutti Stati autoritari o totalitari (con una particolare eccezione per l'India). Questo vuol forse dire che i paesi democratici sono distratti, che si sono arresi di fronte all'hate speech, al linguaggio dell'odio? O è vero il contrario, che è maturata la consapevolezza che la democrazia vive solo se rimane piena la libertà di manifestare opinioni, per quanto sgradevoli possano essere, e che già disponiamo di strumenti adeguati per intervenire quando la libertà d'espressione si fa reato nel nuovo mondo digitale?
Vi è una vecchia formula che ben conoscono coloro i quali si occupano seriamente di Internet: quel che è illegale offline, è illegale anche online. Tradotto nel linguaggio corrente, questo vuol dire che Internet non è uno spazio privo di regole, un far west dove tutto è possibile, ma che ad esso si applicano le norme che regolano la libertà di espressione e che già escludono che essa possa essere considerata ammissibile quando diventa apologia di reato, istigazione a delinquere, ingiuria, minacce, diffamazione. Questo è il solo terreno dove sia costituzionalmente legittimo muoversi, e le particolarità di Internet non hanno impedito alla polizia postale e alla magistratura di intervenire per reprimere comportamenti illegali. Le conseguenze di questa impostazione sono chiare: no alla censura preventiva, comunque incompatibile con i nostri principi costituzionali; no a forme di repressione affidate ad autorità amministrative o riferite a comportamenti non qualificabili come reati; no ad accertamenti e sanzioni non affidati alla competenza dell'autorità giudiziaria.Considerando più da vicino le peculiarità di Internet, bisogna essere ben consapevoli del fatto che le proposte di introdurre "filtri" all'accesso a determinati siti sollevano un radicale problema di democrazia. Chi stabilisce quali siano i siti "consentiti"? Qual è il confine che separa i contenuti liberamente accessibili e quelli illeciti? Il più grande spazio pubblico mai conosciuto dall'umanità rischia di essere affidato, all'arbitrio politico, che inevitabilmente attrarrebbe nell'area dei comportamenti vietati tutto quel che si configura come dissenso, pensiero minoritario, opinione non ortodossa. E la proposta di vietare l'anonimato in rete trascura il fatto che proprio l'anonimato (peraltro ostacolo non del tutto insuperabile nel caso di veri comportamenti illeciti) è la condizione che permette la manifestazione del dissenso politico. Quale oppositore di regime totalitario potrebbe condurre su Internet la sua battaglia politica, dentro o fuori del suo paese, se fosse obbligato a rivelare la propria identità, così esponendo se stesso, i suoi familiari, i suoi amici a ogni possibili rappresaglia? Non si può inneggiare al coraggio dei bloggers iraniani o cubani, e denunciare le persecuzioni che li colpiscono, e poi eliminare lo scudo che, ovunque, può essere necessario per il dissenziente politico. Anche nei paesi democratici. È di questi giorni la denuncia di associazioni americane per la tutela dei diritti civili che accusano le agenzia per la sicurezza di controllare reti sociali come Facebook e Twitter proprio per individuare chi anima iniziative di opposizione. Non è la privacy di chi è in Rete ad essere in pericolo: è la sua stessa libertà, e dunque il carattere democratico del sistema in cui vive.
Certo, i gruppi che su Facebook inneggiano a Massimo Tartaglia turbano molto. Ma bisogna conoscere le dinamiche che generano queste reazioni, certamente inaccettabili, ma rivelatrici del modo in cui si sta strutturando la società, che richiede attenzione e strategie diverse dalla scorciatoia repressiva, pericolosa e inutile. Inutile, perché la Rete è piena di risorse che consentono di aggirare questi divieti. Pericolosa, non solo perché può colpire diritti fondamentali, ma perché spinge le persone colpite dal divieto a riorganizzarsi, dando così permanenza a fenomeni che potrebbero altrimenti ridimensionarsi via via che si allontana l'occasione che li ha generati.
Solo una buona cultura di Internet può offrirci gli strumenti culturali adatti per garantire alla Rete le potenzialità democratiche continuamente insidiate al suo stesso interno da nuove forme di populismo, dalla possibilità di creare luoghi chiusi, a misura proprie e dei propri simili, negandosi al confronto e alla stessa conoscenza degli altri. Più che misure repressive serve fantasia, quella che induce gruppi in tutto il mondo a chiedere un Internet Bill of Rights o che ha spinto uno studioso americano oggi collaboratore di Obama, Cass Sunstein, a proporre che i siti particolarmente influenti per dimensioni o contenuti debbano prevedere un link, una indicazione che segnali l'esistenza di siti con contenuti diversi o opposti e che permetta di collegarsi a questi immediatamente.
© Riproduzione riservata (17 dicembre 2009)
"Solo una buona cultura di Internet può offrirci gli strumenti culturali adatti per garantire alla Rete le potenzialità democratiche continuamente insidiate al suo stesso interno da nuove forme di populismo, dalla possibilità di creare luoghi chiusi, a misura proprie e dei propri simili, negandosi al confronto e alla stessa conoscenza degli altri. Più che misure repressive serve fantasia (...)"
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di Massimo Russo e Vittorio Zambardino
Alla fine non resta che aggrapparsi alle poche parole sagge di Pier Ferdinando Casini, pronunciate oggi alla Camera: “Mettere le mani su internet è pericolosissimo… guardiamo all’esempio degli Stati Uniti (…) dove Obama riceve intimidazioni inaccettabili su internet, ma dove a nessuno è mai venuto in mente di censurare, in un grande paese di democrazia liberale”. Pochi minuti prima il ministro Maroni aveva ripetuto, con qualche cautela rispetto a ieri per la verità, che ci si prepara a un provvedimento di legge che permetta di chiudere gli spazi di discussione dove si compia il reato di istigazione a delinquere.
Bisogna dirlo con chiarezza: con questi propositi l’Italia si candida a raggiungere il lotto degli Ahmadinejad e dei Castro in fatto di politica della rete. Come ha detto Casini, le leggi sulla responsabilità personale già esistono e in una democrazia liberale non verrebbe in mente a nessuno di mettere le mani – in modo preventivo – sulla libertà di espressione delle persone. Anche se non escludiamo che, nel delirio generalizzato di questi anni, possa capitare ad altri governanti democratici. Ma la strada è quella: si toglie alle persone uno strumento di espressione libera a priori, in nome di un “lato oscuro” della rete che viene enfatizzato, equivocato e di cui si ignora la grave responsabilità del potere nella sua nascita. Perché è vero che in altri paesi gli utenti internet sono più pacati. Ma è altrettanto vero che i loro governanti (e alcuni oppositori) tedeschi o francesi non si sono mai promessi “palle a 300 lire l’una”, non hanno mai invitato a buttare a mare o torturare gli immigrati, non hanno mai detto di voler strozzare con le loro mani gli autori di una fiction televisiva. La rete, in fondo, da questo punto di vista non è che un ventilatore che rispara in giro il fango che hai buttato dentro.
L’equilibrio e la lucidità dell’onorevole Casini non si ritrovano invece nell’editoriale di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera di stamattina. Addio posizioni terze, l’endorsement della linea Maroni non potrebbe essere più completo. Ed è un endorsement basato su una definizione del problema semplicemente sbagliata. Sarà bene ripeterlo: il lato oscuro non è maggioritario, il male che si denuncia non è la rete, che anzi matura sempre più come strumento di comunicazione politica. Che strano destino che un grande scrittore, nel giornale della tradizione liberale italiana, dimentichi il principio di diritto che la responsabilità penale è personale. Se Pinco apre un gruppo in cui si dice “Ammazziamo X”, Pinco va a processo. E le leggi per farlo già ci sono tutte. Per Stella e Maroni invece bisogna chiudere lo spazio dove Pinco si esprime, perché ci sono dei conti da regolare.
Proprio oggi, il giurista Michele Ainis, ha ricordato sulla Stampa il carattere leggero, di piazza e non di edicola, delle dichiarazioni che vengono fatte su internet. Aggiungiamo noi, l’avvicinamento difficile dei cittadini, finora deleganti di un rapporto con la sfera pubblica, che si provano per la prima volta all’espressione del loro pensiero, e quindi commettono errori, ingenuità, e cedono a meccanismi di rissosità autoritaria.
In un nostro recente saggio abbiamo scritto che la rete è in pericolo perché il potere, nel mondo, ha fretta di chiudere lo squarcio che internet ha aperto nel controllo sociale. E per poter ottenere consenso a questa ricucitura si producono rappresentazioni mostrificate della rete e delle persone che la frequentano. E’ brutto avere ragione, e vedere che l’Italia ha voglia di vincere questo campionato dell’illibertà.
Proprio mentre l’Unione Europea sancisce che internet è uno dei diritti inalienabili della persona, pensiamo che si debba agire punendo le responsabilità dei singoli (diffamazione, istigazione, apologia), dove ce ne siano, ma mai chiudendo spazi di manifestazione del pensiero in modo preventivo o mettendo in moto strumenti statali di monitoraggio, schedatura e conservazione dei dati della navigazione degli utenti che ledano le libertà personali. Internet è vita di tutti i giorni, per la quale vanno applicate le leggi che esistono. Non una legislazione speciale o d’emergenza.
Ma c’è un’ultima cosa da dire.
La rete ha anche messo in discussione la delega ad informare, a distribuire visione del mondo, che i media hanno avuto per anni. Questo dà grande fastidio a molti colleghi giornalisti. Non vorremmo che qualcuno stesse scambiando la libertà di espressione con la difesa dei propri privilegi castali. Sarebbe il caso di essere rigorosi sempre, quando si scrive di cose importanti. Le citazioni non bastano. La rete è un grande fenomeno sociale, non tecnologico, come dimostrano gli oltre 10 milioni di italiani che frequentano Facebook. Un po’ di arroganza in meno, un po’ di equilibrio terzo, non guasterebbero.
Scritto martedì, 15 dicembre 2009 alle 15:41 nella categoria commenti.


